giovedì 5 febbraio 2009

Perotti, Peroni, Perrault

Stiamo lavorando a un convegno. Non ve lo stiamo a spiegare: stiamo studiando. Abbiamo anche un calendario di studi (qui a fianco). È tutto sull'università. La prima serata di studi l'abbiamo dedicata a L'università truccata di Roberto Perotti. Era, d'altra parte, inevitabile. Di seguito un breve schema del testo e un breve resoconto della nostra discussione. Prossimamente anche gli altri pezzi.

R. Perotti, L’università truccata, Torino, Einaudi, 2008 [ovvero, la consequenzialità del Male]


“Non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi”. (A. Smith, La ricchezza delle nazioni)


“Siccome lo stadio di maggior ricchezza della società conduce a questa sofferenza della maggioranza e l’economia politica (in generale la società fondata sull’interesse privato) conduce a questo stadio di maggiore ricchezza, bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica” (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici)


Introduzione, pp. 3-18 [l’annuncio solenne della Panacea]


I mali dell’università…

(studenti fuori corso, proliferazione di sedi, promozioni ope legis, gerontocrazia, corsi di laurea sull’Allevamento e l’Igiene del Cane e del Gatto, laurea honoris causa a Valentino Rossi, concorsi truffaldini, clientelismo etc. etc. etc.)


…e le soluzioni invocate abitualmente

  • appelli a norme più razionali

  • appelli alla magistratura

  • appelli al civismo


1) l’obiezione del Nostro: “Le degenerazioni non sono dovute all’assenza di regole, ma all’esatto contrario: proprio con l’intento di combattere i comportamenti devianti, l’università italiana ha accumulato una incredibile quantità di norme, leggi e leggine, ognuna destinata a impedire i sotterfugi che aggirano la precedente, e ognuna destinata a sua volta a essere aggirata, creando nel frattempo ulteriori spazi per la corruzione” (p. 6 )


2) il messaggio del Nostro:

a) “il primo messaggio centrale”: “gli incentivi, non le regole, potranno cambiare la nostra università” (p. 10; cfr. p. 79: “in mancanza di incentivi appropriati, le regole sono fatte per essere aggirate”)

b) “il secondo messaggio centrale”: la centralità della ricerca: “fare ricerca è condizione necessaria, e in gran parte sufficiente, per una università di successo” (p. 15, corsivo aggiunto)


3) lo stratagemma del Nostro: “introduciamo più concorrenza e gli incentivi corretti, e gli altri problemi si risolveranno in gran parte da soli” (p. 15)


4) il fine supremo del Nostro: la produzione di eccellenza. “Il costo dell’uniformità è la mediocrità generale. L’unico modo di avere qualche punta di eccellenza è di concentrare le risorse finanziarie e il capitale umano in poche istituzioni. […] L’università è diversa dal liceo proprio perché il suo compito è promuovere e coltivare le eccellenze, sia tra i ricercatori sia tra gli studenti” (p. 13)


5) e, per finire, la Weltanschauung del Nostro: “un sistema alternativo basato sugli incentivi e [l’avreste detto?] sull’interesse egoistico degli individui” (p. 18; corsivo aggiunto, ovviamente)


Cap. III, I falsi miti dell’università italiana, pp. 35-72 [ancora un po’ di pars destruens]


Non è vero che:

  • in Italia si spende poco per l’università (calcolo degli studenti a tempo pieno vs calcolo del totale degli studenti)

  • la ricerca italiana è all’avanguardia (gli indicatori bibliometrici, qualitativi e quantitativi, lo negano)

  • nepotismo e baronaggio sono fenomeni circoscritti (basta guardarsi intorno)

  • l’università gratuita per tutti è egualitaria (le tasse dei poveri pagano l’università ai ricchi, anziché fare asili nido; il sistema non è né equo né efficiente)


Cap. V, Una proposta di riforma, pp. 92-126 [finalmente, la Panacea]


Principio fondamentale: “le risorse seguano la qualità” (a livello di individui e di atenei).


Come? Un’allocazione centralizzata delle risorse sulla base di una valutazione centralizzata centralizzerebbe tutto un po’ troppo (pp. 93-97). Perciò non resta che affidarsi al consumatore.


Quindi: alzare molto le rette universitarie: il consumatore finanzia direttamente il produttore, stimolando la concorrenza (pp. 97-101)


Nuovi problemi che si creano: (provate a risolverli: le soluzioni in fondo alla pagina*)

  1. e gli studenti poveri?

  2. e gli studenti che abitano lontano dalle università migliori? [il Mezzogiorno, tanto per dire]

  3. se lo stato finanzia i poveri, chi impedirà che le università impongano rette esorbitanti?

  4. perché lo studente dovrebbe essere incentivato a scegliere le università migliori, se tanto alla fine i titoli di studio si equivalgono?

  5. come evitare che gli studenti si accalchino nelle università migliori?

  6. chi garantisce che i professori migliori confluiranno nelle università migliori?

  7. gli atenei in competizione non useranno i concorsi per ostacolarsi a vicenda?

  8. la didattica centralizzata non sarà un ostacolo alla competizione?


Vecchi problemi che si risolvono – secondo il Nostro (scoprite perché):

  1. l’alchimia ideale della didattica (3+2, 1+2+2 etc.)

  2. il rapporto università-imprese

  3. la Scienza del Cane e del Gatto, la sede decentrata a Tempio Pausania, la laurea a Vasco etc.

  4. i fuori corso

  5. la governance

  6. la bassa internazionalizzazione (brain drain, brain gain)

  7. la piramide rovesciata (troppi ordinari, pochi ricercatori = molti matusalemmi, poche assunzioni)

  8. etc. etc. etc. etc. etc. etc. [per ogni “etc.”, aumenta il grado di potenza mistica della Panacea]


In sintesi: senza la Panacea, non si risolveranno mai “i tre eterni problemi dell’università italiana”, cioè “il reclutamento, la valutazione, e la remunerazione dei docenti”. Infatti, dice il Nostro, “in tutti e tre i casi, vi è un dilemma di fondo comune. Nel sistema attuale questo dilemma non ha soluzione […] ” (p. 157). Si tratta del “conflitto insolubile tra esigenza di rispettare l’autonomia dei singoli atenei e la necessità di imporre regole e controlli centrali per evitare abusi” (p. 164). Non fa una grinza.


Ma… (suggerimenti per la discussione critica)


  1. Qual è l’“assunzione valutativa fondamentale” del Nostro? Cioè, qual è il fine assoluto a cui ogni altro si subordina? Cosa deve fare secondo lui, anzitutto, l’università?

  2. Cosa si beneficia e cosa si sacrifica nel modello suggerito dalla Panacea?

  3. Qual è l’assunto teorico a partire dal quale soltanto ha senso una critica della Panacea?

  4. [il Domandone] Si può criticare la pars construens senza sottovalutare la pars destruens? Come?


(N.B. Questi sono interrogativi di principio, fondati sul presupposto, contestato da alcuni, che i dati empirici del Nostro siano giusti. Ma anche se qualcosa fosse inesatto, la mia impressione è che la pars destruens in sostanza sia azzeccata. E qui casca l’asino, ovvero, qui cominciano per noi i cazzi amari.)


*Soluzioni: a) prestiti d’onore condizionati al reddito (p. 103); b) sussidi alla mobilità studentesca (p. 101) [a) e b) vengono finanziati dal taglio del F.F.O. conseguente all’innalzamento delle tasse: riforma a costo zero]; c) regolamentazione di massima per macrofasce di qualità (p. 109); d) abolizione del valore legale del titolo di studio (p. 119); e) numeri chiusi a gogò (p. 121); f) liberalizzare gli stipendi (p. 110); g) liberalizzare le assunzioni (abolire i concorsi – p. 113); h) liberalizzare la didattica (p. 117). Notare che ognuno di questi punti implica necessariamente tutti gli altri.


Nella discussione è emerso che: a) il modello, indubbiamente, in se stesso è un orologio svizzero; b) ci sono però serie obiezioni. Ne abbiamo individuati fondamentalmente due tipi: - obiezioni "politiche", ovvero: Chi? Come? Dove? Quando? In che modo si dovrebbe attuare CONCRETAMENTE la transizione verso il nuovo modello, vista la classe dirigente nelle cui mani è attualmente l'università italiana (vonTrotta, gioca) e il contesto di un paese in cui nemmeno fuori dall'università, nemmeno nel privato, il "sano" principio di concorrenza funziona al riparo da corruzione, monopoli, clientelismo (il Genio delle Apuane)? Inoltre: che ne sarebbe del Mezzogiorno, in un sistema in cui le esigenze dell'università sono idealmente svincolate da quelle del territorio? - obiezioni "teoretiche": Perché? Ovvero: anche se il modello funzionasse concretamente, sottintende comunque un'idea di società diseguale, in cui la produzione di eccellenze e premi Nobel e la crescita del PIL contanto più della qualità della formazione di quelle masse di cittadini che hanno diritto di non essere eccellenti; e, se disuguaglianza dev'essere, conta il giusto che la sua base sia il censo o il famigerato "merito". Questa classe di obiezioni (Zanotti, il Genio delle Apuane) è il punto di partenza - ma solo di partenza - per una critica seria del concetto di "meritocrazia" e questioni connesse. c) in ogni caso, una conclusione è certa: qualunque proposta sull'università, nostra o di altri, non potrà prescindere almeno dalla pars destruens di Perotti (v. sopra): squilibrio tra regole e incentivi, sostanziale inefficacia delle prime, irresponsabilità garantita.


lunedì 24 novembre 2008

Ricostruire la Sinistra a partire dai confliti sociali

Martedì 25 Novembre ore 21.30

Università della Terza Età

Pontedera (PI)

Assemblea Pubblica per la presentazione di

"Bellaciao - Associazione per la Sinistra"

Mauro Faticanti

Segretario regionale FIOM CGIL

Giovanni Campolo

Studente universitario - Network Giovani Pisa

Un Firmatario dell'Appello nazionale dei 100 "Per la sinistra"


Siamo donne e uomini di generazioni, esperienze e provenienze diverse. Ci accomuna la preoccupazione per la possibile scomparsa della cultura e della politica della Sinistra nel nostro Paese e la convinzione che, senza un suo rinnovamento, la sinistra rischia comunque di rimanere frantumata, dispersa, poco influente.

Sentiamo il bisogno di una Sinistra popolare, forte, unita, con un progetto consapevole di una società diversa, con lo sguardo rivolto al futuro. Tanto più oggi, mentre riparte un movimento di giovani, genitori e docenti in difesa dell'Università e della scuola pubblica; sale la richiesta di uno sciopero generale perché non siano i lavoratori a pagare il costo della crisi economica; cresce la preoccupazione per il diffondersi di idee razziste e di nuove discriminazioni alimentate anche dal governo della destra; si rafforza la consapevolezza della necessità di impegnarsi per l'ambiente e i beni comuni.

Siamo convinti che una Sinistra rinnovata possa ripartire non per decisione dei gruppi dirigenti nazionali – come si è cercato di fare con la Sinistra Arcobaleno – ma dall'iniziativa diretta dei singoli e dei territori. Per questo abbiamo deciso anche a Pontedera, come ormai in molte altre realtà, di costituire un'associazione culturale e politica per la sinistra

L'associazione Bella ciao - Associazione per la Sinistra si ispira ai valori della Resistenza e della Costituzione repubblicana, considerandosi parte della storia della sinistra plurale e dell'esperienza del movimento contro la disastrosa globalizzazione neo-capitalista; nella convinzione che, per opporsi alle inedite forme di sfruttamento del lavoro e di distruzione delle risorse del pianeta da parte del capitalismo liberista, abbiamo bisogno di parole e di pratiche nuove.

L'associazione avrà anche lo scopo di offrire un luogo fisico – una "casa comune"– in cui trovi spazio chiunque agisca per scopi di solidarietà sociale – singoli, gruppi informali, aggregazioni giovanili.

L'associazione si rapporterà con i movimenti e i partiti della Sinistra riconoscendone il ruolo e mantenendo la propria piena autonomia, secondo i principi del pluralismo e dell'adesione individuale di tutte e tutti coloro che ne condividono le finalità.

Chiediamo a tutte e tutti coloro che condividono le nostre idee di aderire all'associazione, di partecipare all'assemblea, di contribuire attivamente fin dall'inizio del nostro percorso.

mercoledì 19 novembre 2008

Le spine senza le rose

Nella bottega della gioia ci sta un prestigiatore. Basso che fa anche un po' il buffone, e ride e ride e ride. Il prestigiatore della gioia sorride e ti fa un trucco. E dove non c'era niente appare una rosa, e tu il trucco non lo vedi ma ci credi. Ché la rosa è senza spine, e il trucco - dici - è tutto lì.
Ora io mi chiedo, e chiedo a te, ma le spine dove stanno?
Già.
La rosa senza spine e le spine senza rose.
Mah.
Mi prende la perplessità. Insomma, voglio dire: bisogna controllare, tante volte uno sulle spine ci cascasse. Sai che male? Alla fine mi son messo a cercare, ché dal dubbio non dormivo. Finché una sera, furtivo, aggiro il prestigiatore e quatto quatto nel retro m'infilo.
Stupore!
Delle spine non c'è traccia.
Ohibò, penso, e Alla faccia!
questo è proprio uno stregone,
altro che prestigiatore!
Così però mi prende il timore che lo stregone m'abbia visto coi poteri, gli occhi dietro la testa o quelli di un topo amico tra le pieghe del tendone. Vabbe', mi dico, tanto fuori fanno festa e il danno è fatto: tanto vale pedalare, continuare a rischiare, indagare, spiare e magari riuscire a copiare 'sta magia della rosa senza spine.
È tutto un caos di pozioni e flaconi, fusti e bidoni, casse e cassoni. Ma spine niente. Non una in terra, dietro un fiasco, su di un alambicco, nel pestello. Né però trovo le rose. Magari un petaluzzo, una fogliolina, stami, pollini o boccioli. Niente.
Ma allora ditelo no? è un prodigio! non c'è trucco e non c'è inganno! Signore e signori, lui dal nulla crea le rose senza spine! Due dosi d'ingredienti et voilà, una rosa apparirà.
Ma che usa che usa che userà mai questo stregone? E mi metto lì a rovistare tra i volumi, ci saranno pagine di incantesimi, ricette di magia, apritisesami e abracadabre. Trovo elisir di gioia e fiaschette di godimento, mantelli dello splendore e stoffa delle tasche piene, c'è il minimarket delle meraviglie - per chi se le può permettere, beninteso.
Ma io voglio gl'ingredienti!
Eccola lì, la cassa di ferro vellultato con scritto INGREDIENTI spalancata davanti ai miei occhi mentre lui è fuori a fare i suoi prodigi e intascar quattrini. Piena di barattoli, con le componenti base della magia davanti a me. Li tiro fuori uno dopo l'altro, incredulo, sempre più stupito.
Ecco, il primo, un fluido rosso vivo. L'etichetta dice:
dolore di coppia separata dal lavoro inseguito
E poi nel secondo, a grana fine, polvere di contratto, biancastra e fragile.
Il terzo è grosso e pesante, sembra petrolio ma vibra come un fischietto. Leggo:
distillato di paura nel buio urbano desolato
Col cuore in gola continuo, un barattolo che ronza e fischia e trema sembra vuoto, l'apro. È eco di grida domestiche. Ho i brividi al cuore.
Ci sono fumi di speranze infrante. Nella scatola di legno trovo cuore di mamma, a pezzettini. Ecco brandelli del morto bianco. Stillicidio del degente. Succo di cervello in cattività. Raccolti su uno schermo trovo gli occhi di bambina incantata. E questa lunga striscia, che non capisco che sia... sessanta centimetri di vita.
Ceneri d'accampamento.
Ultima esalazione di pensionato strozzato.
Vapori di risparmi.
Essenza di affetti stroncati.

Eccoli gli ingredienti della gioia dello stregone.
Quante spine per un trucco da prestigiatore.

lunedì 10 novembre 2008

"alla festa della guerra non vogliamo partecipare"


POSSA LA SANTITA' DEL LAVORO REDENTO
FUGARE E UCCIDERE PER SEMPRE
IL SANGUINANTE SPETTRO DELLA GUERRA
PER NOI E PER TUTTE LE GENTI DEL MONDO.
QUESTA LA SPERANZA E LA MALEDIZIONE NOSTRA
CONTRO CHI LA GUERRA VOLLE E RISOGNA
(dal Monumento ai Caduti presso Tolentino (MC)
distrutto dal regime fascista nel 1922)


Con queste parole nel maggio del 1915 i socialisti italiani dichiaravano la propria contrarietà all’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale.
Oggi il ministro della difesa, Ignazio La Russa, vuole riabilitare la memoria storica di quella guerra tornando a celebrare in occasione del 4 novembre i 90 anni della vittoria italiana contro l’Austria.
C’è forse qualcosa della partecipazione italiana alla prima guerra mondiale di cui andare orgogliosi? Nel conflitto sono morti 650 mila uomini delle campagne e delle città di tutta Italia, e assieme a loro altri 10 milioni di giovani soldati di tutta Europa. Altrettanti furono i feriti, metà rimasero mutilati e invalidi. A questi si aggiungono 9 milioni di vittime civili, oltre mezzo milione in Italia.

Vittime delle grandi potenze, disposte a sacrificare milioni di persone per affermare le proprie ambizioni.
Vittime di quell’ideologia nazionalista che vedeva nella guerra uno strumento per soffocare le aspirazioni democratiche delle classi subalterne.

La prima guerra mondiale fu un affare. Le commesse di guerra fruttarono profitti così scandalosi che fu nominata una commissione di inchiesta parlamentare, prontamente sciolta dal fascismo dopo la marcia su Roma. E fu proprio il regime fascista a istituire il 4 novembre come festa che celebrava la vittoria sul defunto Impero Austro-Ungarico.

È questa l’idea di nazione che i militari italiani devono andare a insegnare nelle scuole? è per questa idea di nazione che oggi, mentre si tagliano i fondi alla scuola, si spendono sei milioni di euro per celebrare quella “vittoria”?
Vorremmo piuttosto che il 4 novembre più che un giorno di gloria, una parata d’orgoglio militarista, fosse un giorno di riflessione, un’occasione per riaffermare il nostro NO a tutte le guerre.

(Otto Dix, acquaforte dal ciclo Guerra)

"Maestà

inviamo a V.M. questa lettera per dirvi che finite questo macello inutile. Avete ben da dire voi , che è glorioso il morire per la Patria. E a noi sembra invece che siccome voi e i vostri porchi ministri che avete voluto la guerra che in prima linea potevate andarci voi e loro. Ma invece voi e i vostri mascalzoni ministri, restate indietro e ci mandate avanti noi poveri diavoli, con moglie e figli a casa, che ormai causa questa orribile guerra da voi voluta soffrono i poverini la fame! Viliacchi, spudorati Ubriaconi, Impestati, carnefici di carne umana, finitela che è tempo li volete uccidere tutti? Al fronte sono stanchi nell'interno soffrono la fame, dunque cosa volete? Vergognatevi, ma non vedete che non vincete, ma volete che vadino avanti lo stesso per ucciderli. Non vedete quanta strage di giovani e di padri di famiglia avete fatto, e non siete ancora contenti? Andateci voi o viliacchi col vostro corpo a difendere la vostra patria, e poi quando la vostra vita la vedete in pericolo, allora o porchi che siete tutti concluderete certamente la pace ad ogni costo. Noi per la patria
abbiamo sofferto abbastanza, e infine la nostra patria è la nostra casa, è la nostra famiglia, le nostre mogli, i nostri bambini. Quando ci avete uccisi tutti siete contento di vedere centinaia di migliaia di bambini privo di padre? E perché? per un vostro ambizioso spudorato capriccio."

(lettera di un soldato dal fronte)

mercoledì 29 ottobre 2008

THE CLASS

Ve l'avevamo promesso, ed eccolo.

THE CLASS

(vi diciamo solo: buona visione)



Questi i volti, i linguaggi e le emozioni da quel posto miracoloso dove l'istruzione si accompagna agli affetti...

...da quel convulso segmento di vita che ha segnato la crescita di tutte e tutti noi...

...da quell'agolo di spazio sociale che ancora si regge in piedi nonostante tutto.

Pubblica e libera, la scuola superiore si sforza ogni giorno di ritrovare il suo senso in un mondo che non dà tempo alla riflessione...

...mentre il compito di dare a chi la frequenta gli strumenti per leggere il mondo è affidato a pochi volenterosi il cui futuro è reso sempre più incerto, in un panorama a tinte fosche.

La scuola va avanti, si rimette in cammino dopo ogni mazzata, sempre più malconcia, sempre più stanca.

Non assistiamo immobili alla sua polverizzazione.
Partecipiamo al suo presente.
Diamo forma al suo futuro.

ideazione e soggetto
Network Giovani Pisa

riprese e montaggio
Olga Brucciani

musiche
Kalt#2 - Klrezroym
Sinnerman - Nina Simone
si ringraziano gli studenti
che si sono lasciati intervistare

questo video è copyleft
ne autorizziamo la riproduzione
dovunque e comunque
purché senza fini di lucro
né volontà di distorcerne il significato

venerdì 24 ottobre 2008

!ventimila!

(grazie a Giacomo per la vignetta, onore al compagno F per l'idea)

A Pisa è una giornata di cielo grigio che minaccia pioggia, e l'atmosfera s'intona alla disposizione d'animo di chi ha sfilato in difesa dell'università pubblica.
Lo scorso 8 ottobre un'assemblea di ateneo si era trasformata in un raduno di 3mila persone che in Piazza dei Cavalieri aveva dato inizio a una stagione di mobilitazione inedita, almeno quanto a partecipazione. In queste settimane il movimento ha occupato facoltà e autogestito aule, centinaia di persone hanno partecipato attivamente, spesso per la prima volta, alla vita politica del loro ateneo e di questo Paese. Assemblee, gruppi, tavoli di lavoro hanno dibattuto e spiegato alla città cosa significhi smantellare l'università pubblica - per gli studenti, per i ricercatori, per il personale, per l'economia della città, per il futuro di un paese che, senza cultura, è destinato a essere povero di democrazia e privo di futuro.
Il 23 ottobre il corso della città si trasforma in una strada pedonale a senso unico, un fiume di giovani che scorre verso il concentramento di quella che si rivelerà essere la più grossa manifestazione cittadina a memoria d'uomo.


(grazie a Emiliano Dovico, fotografo ufficiale della manifestazione in Sinistra Per...)

Ieri a Pisa abbiamo sfilato in più di 20mila, espressione di un movimento che finalmente è capace di parlare alla maggioranza delle persone, persone che si battono per i propri diritti, consapevoli che è in gioco il futuro. Ma il rischio per questo movimento è la frammentazione: non può esserci spazio per chi divide, così come non c'è spazio per le mediazioni con il governo. Questo movimento ha riempito le città; il suo flusso non può essere arginato né disperso, ma questa piena, per non perdersi in mille rivoli, deve puntare in alto, fare un salto di scala. Dobbiamo darci una prospettiva nazionale costruendo finalmente insieme una proposta politica articolata ma contemporaneamente unitaria, un laboratorio, una prospettiva che non solo ci dia un obiettivo ma che sappia arricchirsi della partecipazione della società civile per innestare nuovamente nel senso comune il binomio inscindibile di sapere e libertà.

___________________

ed ecco i nostri all'opera...

...con i cassonetti per la raccolta differenziata delle lauree in tutto il corso di Pisa...

...e gli annunci sulle statue, che risistemiamo dopo il diluvio di martedì :-(




che non si legge ma c'è scritto

23 ottobre
no alla 133
scolpitevelo
nella testa

sabato 18 ottobre 2008


CHI TAGLIA L'UNIVERSITA'
TAGLIA PISA



Manifestazioni, occupazioni, cortei, assemblee e lezioni in piazza. L’Università è in subbuglio da giorni. Studenti, ricercatori, precarie, professori: tutti dibattono e protestano.
Perché questa protesta riguarda anche la città? Il legame tra Pisa e la sua Università è ovvio. Inutile negare che spesso è anche conflittuale. Ma sta succedendo qualcosa che farà cambiare tutto ciò in peggio, per sempre.
Decine di migliaia di studenti, ogni giorno, spendono, mangiano, comprano, affittano. Migliaia di dipendenti fanno lo stesso con gli stipendi universitari, che in larga parte arrivano dallo stato. Se ci aggiungiamo l’edilizia universitaria e i convegni, possiamo stimare (al ribasso) in 500 milioni di euro i soldi che l’Università fa girare a Pisa ogni anno.
Questo è l’ovvio. Dietro ci sono il lavoro, le persone, le piccole attività economiche di chi vive grazie ad un’università pubblica, libera e di massa: copisterie, librerie, supermercati, case editrici, giornali. Altri stipendi, certo, ma anche altre attività culturali, incontri, dibattiti, musei, mostre, turisti. Per non dire dell’Ospedale e dei suoi specializzandi o delle imprese che fanno ricerca sfruttando i tirocinanti e gli stagisti.
Pur con molte contraddizioni, questo rende Pisa viva e ricca.
La legge 133, che sarà presto inclusa nella finanziaria, stravolge questo scenario. Mette il pubblico nelle mani di un privato che non c’è. Taglia i fondi. Smette di investire su Pisa e su decine di città universitarie italiane. Taglia il personale e farà pagare di più agli studenti e alle loro famiglie. Due cose che, sommate, li faranno scappare.
Certo, molte sono le cose da cambiare. Ma un’università malata si cura, mentre non c’è niente da fare una volta che l’università è morta.
La 133 uccide. Fermiamola.

GIOVEDÌ 23 OTTOBRE MANIFESTAZIONE CITTADINA
CONCENTRAMENTO E PARTENZA
PIAZZA S. ANTONIO ORE 15