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giovedì 5 febbraio 2009

Perotti, Peroni, Perrault

Stiamo lavorando a un convegno. Non ve lo stiamo a spiegare: stiamo studiando. Abbiamo anche un calendario di studi (qui a fianco). È tutto sull'università. La prima serata di studi l'abbiamo dedicata a L'università truccata di Roberto Perotti. Era, d'altra parte, inevitabile. Di seguito un breve schema del testo e un breve resoconto della nostra discussione. Prossimamente anche gli altri pezzi.

R. Perotti, L’università truccata, Torino, Einaudi, 2008 [ovvero, la consequenzialità del Male]


Non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi”. (A. Smith, La ricchezza delle nazioni)


Siccome lo stadio di maggior ricchezza della società conduce a questa sofferenza della maggioranza e l’economia politica (in generale la società fondata sull’interesse privato) conduce a questo stadio di maggiore ricchezza, bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica” (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici)


Introduzione, pp. 3-18 [l’annuncio solenne della Panacea]


I mali dell’università

(studenti fuori corso, proliferazione di sedi, promozioni ope legis, gerontocrazia, corsi di laurea sull’Allevamento e l’Igiene del Cane e del Gatto, laurea honoris causa a Valentino Rossi, concorsi truffaldini, clientelismo etc. etc. etc.)


e le soluzioni invocate abitualmente

  • appelli a norme più razionali

  • appelli alla magistratura

  • appelli al civismo


1) l’obiezione del Nostro: “Le degenerazioni non sono dovute all’assenza di regole, ma all’esatto contrario: proprio con l’intento di combattere i comportamenti devianti, l’università italiana ha accumulato una incredibile quantità di norme, leggi e leggine, ognuna destinata a impedire i sotterfugi che aggirano la precedente, e ognuna destinata a sua volta a essere aggirata, creando nel frattempo ulteriori spazi per la corruzione” (p. 6 )


2) il messaggio del Nostro:

a) “il primo messaggio centrale”: “gli incentivi, non le regole, potranno cambiare la nostra università” (p. 10; cfr. p. 79: “in mancanza di incentivi appropriati, le regole sono fatte per essere aggirate”)

b) “il secondo messaggio centrale”: la centralità della ricerca: “fare ricerca è condizione necessaria, e in gran parte sufficiente, per una università di successo” (p. 15, corsivo aggiunto)


3) lo stratagemma del Nostro: “introduciamo più concorrenza e gli incentivi corretti, e gli altri problemi si risolveranno in gran parte da soli” (p. 15)


4) il fine supremo del Nostro: la produzione di eccellenza. “Il costo dell’uniformità è la mediocrità generale. L’unico modo di avere qualche punta di eccellenza è di concentrare le risorse finanziarie e il capitale umano in poche istituzioni. […] L’università è diversa dal liceo proprio perché il suo compito è promuovere e coltivare le eccellenze, sia tra i ricercatori sia tra gli studenti” (p. 13)


5) e, per finire, la Weltanschauung del Nostro: “un sistema alternativo basato sugli incentivi e [l’avreste detto?] sull’interesse egoistico degli individui” (p. 18; corsivo aggiunto, ovviamente)


Cap. III, I falsi miti dell’università italiana, pp. 35-72 [ancora un po’ di pars destruens]


Non è vero che:

  • in Italia si spende poco per l’università (calcolo degli studenti a tempo pieno vs calcolo del totale degli studenti)

  • la ricerca italiana è all’avanguardia (gli indicatori bibliometrici, qualitativi e quantitativi, lo negano)

  • nepotismo e baronaggio sono fenomeni circoscritti (basta guardarsi intorno)

  • l’università gratuita per tutti è egualitaria (le tasse dei poveri pagano l’università ai ricchi, anziché fare asili nido; il sistema non è né equoefficiente)


Cap. V, Una proposta di riforma, pp. 92-126 [finalmente, la Panacea]


Principio fondamentale: “le risorse seguano la qualità” (a livello di individui e di atenei).


Come? Un’allocazione centralizzata delle risorse sulla base di una valutazione centralizzata centralizzerebbe tutto un po’ troppo (pp. 93-97). Perciò non resta che affidarsi al consumatore.


Quindi: alzare molto le rette universitarie: il consumatore finanzia direttamente il produttore, stimolando la concorrenza (pp. 97-101)


Nuovi problemi che si creano: (provate a risolverli: le soluzioni in fondo alla pagina*)

  1. e gli studenti poveri?

  2. e gli studenti che abitano lontano dalle università migliori? [il Mezzogiorno, tanto per dire]

  3. se lo stato finanzia i poveri, chi impedirà che le università impongano rette esorbitanti?

  4. perché lo studente dovrebbe essere incentivato a scegliere le università migliori, se tanto alla fine i titoli di studio si equivalgono?

  5. come evitare che gli studenti si accalchino nelle università migliori?

  6. chi garantisce che i professori migliori confluiranno nelle università migliori?

  7. gli atenei in competizione non useranno i concorsi per ostacolarsi a vicenda?

  8. la didattica centralizzata non sarà un ostacolo alla competizione?


Vecchi problemi che si risolvono – secondo il Nostro (scoprite perché):

  1. l’alchimia ideale della didattica (3+2, 1+2+2 etc.)

  2. il rapporto università-imprese

  3. la Scienza del Cane e del Gatto, la sede decentrata a Tempio Pausania, la laurea a Vasco etc.

  4. i fuori corso

  5. la governance

  6. la bassa internazionalizzazione (brain drain, brain gain)

  7. la piramide rovesciata (troppi ordinari, pochi ricercatori = molti matusalemmi, poche assunzioni)

  8. etc. etc. etc. etc. etc. etc. [per ogni “etc.”, aumenta il grado di potenza mistica della Panacea]


In sintesi: senza la Panacea, non si risolveranno mai “i tre eterni problemi dell’università italiana”, cioè “il reclutamento, la valutazione, e la remunerazione dei docenti”. Infatti, dice il Nostro, “in tutti e tre i casi, vi è un dilemma di fondo comune. Nel sistema attuale questo dilemma non ha soluzione […] ” (p. 157). Si tratta del “conflitto insolubile tra esigenza di rispettare l’autonomia dei singoli atenei e la necessità di imporre regole e controlli centrali per evitare abusi” (p. 164). Non fa una grinza.


Ma… (suggerimenti per la discussione critica)


  1. Qual è l’“assunzione valutativa fondamentale” del Nostro? Cioè, qual è il fine assoluto a cui ogni altro si subordina? Cosa deve fare secondo lui, anzitutto, l’università?

  2. Cosa si beneficia e cosa si sacrifica nel modello suggerito dalla Panacea?

  3. Qual è l’assunto teorico a partire dal quale soltanto ha senso una critica della Panacea?

  4. [il Domandone] Si può criticare la pars construens senza sottovalutare la pars destruens? Come?


(N.B. Questi sono interrogativi di principio, fondati sul presupposto, contestato da alcuni, che i dati empirici del Nostro siano giusti. Ma anche se qualcosa fosse inesatto, la mia impressione è che la pars destruens in sostanza sia azzeccata. E qui casca l’asino, ovvero, qui cominciano per noi i cazzi amari.)


*Soluzioni: a) prestiti d’onore condizionati al reddito (p. 103); b) sussidi alla mobilità studentesca (p. 101) [a) e b) vengono finanziati dal taglio del F.F.O. conseguente all’innalzamento delle tasse: riforma a costo zero]; c) regolamentazione di massima per macrofasce di qualità (p. 109); d) abolizione del valore legale del titolo di studio (p. 119); e) numeri chiusi a gogò (p. 121); f) liberalizzare gli stipendi (p. 110); g) liberalizzare le assunzioni (abolire i concorsi – p. 113); h) liberalizzare la didattica (p. 117). Notare che ognuno di questi punti implica necessariamente tutti gli altri.


Nella discussione è emerso che: a) il modello, indubbiamente, in se stesso è un orologio svizzero; b) ci sono però serie obiezioni. Ne abbiamo individuati fondamentalmente due tipi: - obiezioni "politiche", ovvero: Chi? Come? Dove? Quando? In che modo si dovrebbe attuare CONCRETAMENTE la transizione verso il nuovo modello, vista la classe dirigente nelle cui mani è attualmente l'università italiana (vonTrotta, gioca) e il contesto di un paese in cui nemmeno fuori dall'università, nemmeno nel privato, il "sano" principio di concorrenza funziona al riparo da corruzione, monopoli, clientelismo (il Genio delle Apuane)? Inoltre: che ne sarebbe del Mezzogiorno, in un sistema in cui le esigenze dell'università sono idealmente svincolate da quelle del territorio? - obiezioni "teoretiche": Perché? Ovvero: anche se il modello funzionasse concretamente, sottintende comunque un'idea di società diseguale, in cui la produzione di eccellenze e premi Nobel e la crescita del PIL contanto più della qualità della formazione di quelle masse di cittadini che hanno diritto di non essere eccellenti; e, se disuguaglianza dev'essere, conta il giusto che la sua base sia il censo o il famigerato "merito". Questa classe di obiezioni (Zanotti, il Genio delle Apuane) è il punto di partenza - ma solo di partenza - per una critica seria del concetto di "meritocrazia" e questioni connesse. c) in ogni caso, una conclusione è certa: qualunque proposta sull'università, nostra o di altri, non potrà prescindere almeno dalla pars destruens di Perotti (v. sopra): squilibrio tra regole e incentivi, sostanziale inefficacia delle prime, irresponsabilità garantita.


venerdì 24 ottobre 2008

!ventimila!

(grazie a Giacomo per la vignetta, onore al compagno F per l'idea)

A Pisa è una giornata di cielo grigio che minaccia pioggia, e l'atmosfera s'intona alla disposizione d'animo di chi ha sfilato in difesa dell'università pubblica.
Lo scorso 8 ottobre un'assemblea di ateneo si era trasformata in un raduno di 3mila persone che in Piazza dei Cavalieri aveva dato inizio a una stagione di mobilitazione inedita, almeno quanto a partecipazione. In queste settimane il movimento ha occupato facoltà e autogestito aule, centinaia di persone hanno partecipato attivamente, spesso per la prima volta, alla vita politica del loro ateneo e di questo Paese. Assemblee, gruppi, tavoli di lavoro hanno dibattuto e spiegato alla città cosa significhi smantellare l'università pubblica - per gli studenti, per i ricercatori, per il personale, per l'economia della città, per il futuro di un paese che, senza cultura, è destinato a essere povero di democrazia e privo di futuro.
Il 23 ottobre il corso della città si trasforma in una strada pedonale a senso unico, un fiume di giovani che scorre verso il concentramento di quella che si rivelerà essere la più grossa manifestazione cittadina a memoria d'uomo.


(grazie a Emiliano Dovico, fotografo ufficiale della manifestazione in Sinistra Per...)

Ieri a Pisa abbiamo sfilato in più di 20mila, espressione di un movimento che finalmente è capace di parlare alla maggioranza delle persone, persone che si battono per i propri diritti, consapevoli che è in gioco il futuro. Ma il rischio per questo movimento è la frammentazione: non può esserci spazio per chi divide, così come non c'è spazio per le mediazioni con il governo. Questo movimento ha riempito le città; il suo flusso non può essere arginato né disperso, ma questa piena, per non perdersi in mille rivoli, deve puntare in alto, fare un salto di scala. Dobbiamo darci una prospettiva nazionale costruendo finalmente insieme una proposta politica articolata ma contemporaneamente unitaria, un laboratorio, una prospettiva che non solo ci dia un obiettivo ma che sappia arricchirsi della partecipazione della società civile per innestare nuovamente nel senso comune il binomio inscindibile di sapere e libertà.

___________________

ed ecco i nostri all'opera...

...con i cassonetti per la raccolta differenziata delle lauree in tutto il corso di Pisa...

...e gli annunci sulle statue, che risistemiamo dopo il diluvio di martedì :-(




che non si legge ma c'è scritto

23 ottobre
no alla 133
scolpitevelo
nella testa

sabato 18 ottobre 2008


CHI TAGLIA L'UNIVERSITA'
TAGLIA PISA



Manifestazioni, occupazioni, cortei, assemblee e lezioni in piazza. L’Università è in subbuglio da giorni. Studenti, ricercatori, precarie, professori: tutti dibattono e protestano.
Perché questa protesta riguarda anche la città? Il legame tra Pisa e la sua Università è ovvio. Inutile negare che spesso è anche conflittuale. Ma sta succedendo qualcosa che farà cambiare tutto ciò in peggio, per sempre.
Decine di migliaia di studenti, ogni giorno, spendono, mangiano, comprano, affittano. Migliaia di dipendenti fanno lo stesso con gli stipendi universitari, che in larga parte arrivano dallo stato. Se ci aggiungiamo l’edilizia universitaria e i convegni, possiamo stimare (al ribasso) in 500 milioni di euro i soldi che l’Università fa girare a Pisa ogni anno.
Questo è l’ovvio. Dietro ci sono il lavoro, le persone, le piccole attività economiche di chi vive grazie ad un’università pubblica, libera e di massa: copisterie, librerie, supermercati, case editrici, giornali. Altri stipendi, certo, ma anche altre attività culturali, incontri, dibattiti, musei, mostre, turisti. Per non dire dell’Ospedale e dei suoi specializzandi o delle imprese che fanno ricerca sfruttando i tirocinanti e gli stagisti.
Pur con molte contraddizioni, questo rende Pisa viva e ricca.
La legge 133, che sarà presto inclusa nella finanziaria, stravolge questo scenario. Mette il pubblico nelle mani di un privato che non c’è. Taglia i fondi. Smette di investire su Pisa e su decine di città universitarie italiane. Taglia il personale e farà pagare di più agli studenti e alle loro famiglie. Due cose che, sommate, li faranno scappare.
Certo, molte sono le cose da cambiare. Ma un’università malata si cura, mentre non c’è niente da fare una volta che l’università è morta.
La 133 uccide. Fermiamola.

GIOVEDÌ 23 OTTOBRE MANIFESTAZIONE CITTADINA
CONCENTRAMENTO E PARTENZA
PIAZZA S. ANTONIO ORE 15